Miscellanea grafica

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06/03/07

Nell' Ucraina degli ebrei in cerca della memoria

In questo viaggio della memoria che è la mia ricerca, tra le tante cose che ho trovato, vi è quest' articolo di Gad Lerner., scritto nel 2001. Mi sembra giusto riproporlo, per amore della verità e per riflessione. Questo blog, infatti, non vuol essere un' esaltazione dell' Ucraina, a scopo affettivo e sentimentale, ma un' occasione per conoscerla. anche nelle sue zone d' ombra.
L' articolo di Lerner mi richiama tanto, le memorie dell' ebreo che ho citato nel post precedente, che andava alla ricerca dei suoi familiari nel villaggio vicino a Kremenetz.

Certi luoghi del Novecento europeo esistono ormai solo nella nostra immaginazione, ma senza di loro la realtà ci appare solo un deserto. Tale è, per eccellenza, il non senso di una Galizia senza ebrei, ritratto di un' Ucraina occide ntale snaturata, tuttora inconsapevole di ciò che ha perduto. E allora bisogna lasciarsi prendere dalla fantasia, lungo i centoventi chilometri di campagna che separano Leopoli dai monti Carpazi e dal confine polacco. I villaggi contadini somigliano ancora agli shtetl dipinti da Chagall, con le oche all' ingrasso nei prati dopo il disgelo, e i paesani sul carretto a frustare il cavallo, proprio come Tewje il lattivendolo, il sublime Don Chisciotte yiddish creato dalla penna di Shalom Alechem. Non a caso le mie guide ebraiche, Ada Kobrinskaya, Ira Snitman, Leonid Milman, hanno dedicato proprio al grande narratore nativo di Odessa e vissuto in queste contrade i loro centri culturali votati all' impossibile ricostruzione della memoria cancella ta. Si stringeva il cuore, a Leopoli, antica città di cultura ebraica per un terzo almeno dei suoi abitanti, quando Ada Kobrinskaya, mi introduceva in una minuscola stanzetta dicendo: «Ecco il primo nucleo del nostro futuro museo». Sono riusciti a re cuperare una macchina da cucire, gli occhialini e il ferro da stiro con la stella di Davide di una vecchia sartoria, pochi libri di preghiera, una menorah. Nient' altro. Delle preziose sinagoghe seicentesche, dei codici, delle biblioteche, non resta che qualche fotografia ingiallita. I pochi ebrei superstiti sono in realtà emigrati qui da est dopo la guerra, non parlano yiddish, non sanno pregare, ignorano il mondo di cui aspirerebbero a farsi eredi. Due o tre volte all' anno arriva qualcuno dag li Stati Uniti o da Israele a cercare invano tracce della propria famiglia, senza trovare neppure le ricostruzioni postume dei caffè con la musica klezmer che nella vicina Cracovia animano il business della nostalgia. Viaggiando a ovest, verso Drohov ic dove gli ebrei costituivano metà della popolazione e i paesi circostanti dove raggiungevano percentuali dell' 80-90%, si ha l' impressione di avventurarsi in una periferia dimenticata. Niente di più falso. Quella che oggi in effetti è periferia, a ncora sessant' anni or sono fu l' epicentro di una cultura cosmopolita. A Drohovic lo scrittore e pittore Bruno Sculz, amico di Kafka, ispiratore di intellettuali come David Grossman, Cynthia Ozik, Tadeusz Kantor, negli anni Trenta leggeva Schopenaue r, Nietzsche, Rilke, dipingeva il moderno erotismo femminile, anticipava il teatro e il cinema contemporanei. Lo ammazzarono con un colpo di pistola alla testa, di fronte a casa, insieme a centinaia di altri ebrei, il 19 novembre 1942. La sinagoga di Drohovic, la più grande della Galizia, trasformata in un magazzino, cade in rovina senza che nessuno si curi di restaurarla. Dodici chilometri più a est, a Borislav, ormai alle pendici dei Carpazi, il paesaggio diviene stralunato. Disseminati nel verde della campagna, centinaia di assurdi spaventapasseri in movimento continuano ancor oggi ad agitare le loro braccia metalliche pompando petrolio dal sottosuolo. Recupero delle vecchie fotografie in cui si vedono i contadini ebrei intenti a raccogl iere nei secchi quel nuovo sconosciuto frutto della terra. L' aratro cedeva il posto alle prime raffinerie, e poi a fabbriche di lubrificanti come la «Galicja», dove lavorava come direttore tecnico il fratello di Bruno Schulz. In una di quelle casett e di legno abitava l' ultima sua amante, la fascinosa Anna Plockier. Quindicimila anime raccolte intorno ai binari della ferrovia asburgica, alle scuole dei hassidim, ai banchetti del mercato dove anche la minoranza cristiana si era abituata a contrattare in yiddish. Per rendere omaggio all' Ucraina che non c'è più, bisogna oltrepassare i pozzi e salire nel bosco di conifere fino alla lapide che ricorda gli ebrei di Borislav fucilati in massa il 27 novembre 1941 dalle organizzazioni paramilitar i ucraine su ordine della Gestapo. Solo alcuni tornanti più sotto, però, ecco il monumento che la Borislav di oggi dedica al suo eroe nazionalista Stefan Bandera, organizzatore della guerriglia antisovietica proseguita fino al ' 53 e, infine, assassi nato in Germania occidentale da un sicario di Mosca. Peccato che in nome dell' indipendenza etnica le squadracce ucraine di Bandera avessero partecipato anch' esse al massacro della popolazione ebraica. Questa è l' Ucraina smemorata: fucilati e fucil atori onorati a poca distanza, con netta preferenza per i secondi se è vero che perfino un uomo raffinato come padre Boris Gudziac, all' accademia teologica greco-cattolica di Leopoli, si prodigherà nella difesa del patriota antisemita Bandera. «È vero che l' ostilità antiebraica era diffusa piuttosto fra gli ortodossi e i polacchi che fra i greco-cattolici, e infatti i pogrom degli anni Venti sconvolsero l' Est ucraino senza raggiungere la Galizia - mi spiega lo storico Taras Vosniac - ma è anc he vero che il veleno antisemita si era ormai diffuso ovunque, magari con la scusa che i bettolieri ebrei incentivavano l' alcolismo fra i contadini». La sorte vuole che il vecchio Papa nato a Wadowice renda visita a questa terra sessant' anni dopo l ' avvio dell' «operazione Barbarossa», scatenata da Hitler contro l' Urss il 22 giugno del 1941. Il patto Ribbentrop-Molotov che aveva assegnato la Galizia a Stalin, veniva violato nel nome della guerra contro il bolscevismo, descritto come intreccio razziale e ideologico tra «intelligenza ebraica» e «subumanità slava». Un argomento buono anche per il nazionalismo ucraino che vedeva negli ebrei al tempo stesso gli assassini di Gesù e i fautori del comunismo. Nei dispacci degli ufficiali tedeschi che guidavano l' «operazione Barbarossa» emerge subito una situazione anomala: come sarebbe stato possibile isolare gli ebrei dal resto della popolazione, visto che in molti luoghi gli ebrei stessi ne rappresentavano la componente maggioritaria? Cos ì, in quella maledetta estate del 1941, prese corpo l' idea della soluzione finale, e si cominciò a studiare un metodo industriale per trasformare gli uomini in cadaveri. Fu edificato per questo il primo campo di sterminio a Belzec, e lì sarebbe stat a deportata la gran parte degli ebrei galiziani che non era stato possibile liquidare con le mitragliatrici. Veniva liquidata l' Europa degli ebrei orientali che Joseph Roth aveva appena fatto in tempo a descrivere in un magistrale reportage, difende ndo quei «grandi uomini» e le loro «grandi idee» dallo stesso disprezzo dei confratelli occidentali «cresciuti fra ascensore e water-closet», raccontando «storielle insulse su pidocchi rumeni, cimici galiziane e pulci russe». Ho visto comitive di stu denti delle yeshivot americane in caffettano nero sbarcare all' aeroporto di Kiev, diretti in pellegrinaggio nelle città degli antichi saggi commentatori della Torà. Sono i figli dei fuggiaschi sopravvissuti, fra loro parlano ancora in yiddish; ma qu i non lo ricorda più nessuno dei cinquecentomila ebrei ucraini che pure - dopo Stati Uniti, Israele e Russia - continuano a costituire la quarta comunità israelitica del mondo. Si accontentano della libertà ritrovata ed evitano la domanda più imbarazzante: perché mai la popolazione ucraina fornì una collaborazione senza eguali ai massacratori nazisti? Vasilij Grossmann e Il' ja Erenburg descrivono nel loro «Libro nero» (censurato da Stalin) il trattamento riservato agli ebrei di Leopoli dalla po lizia locale, all' indomani dell' arrivo dei nazisti in città, il 1 luglio 1941: «Li costringevano a leccare il pavimento e a pulire le finestre con una piuma di gallina. Gli ebrei venivano messi in fila e obbligati a picchiarsi tra loro». Solo in città i morti sarebbero stati 136.800, e ancora circola la foto dell' orchestra del ghetto costretta a suonare allegre marcette durante l' eccidio. Il paradosso più atroce del 1941 ucraino, me lo racconta lo storico ebreo Leonid Finberg: «Dopo due anni di occupazione stalinista, inizialmente i tedeschi furono accolti con speranza non solo dalla popolazione greco-cattolica ma perfino da alcuni ebrei. Si tramanda la memoria dell' incontro alla frontiera polacco-ucraina di treni pieni di ebrei con opposta destinazione. Si era nel 1939, e gli uni dicevano agli altri: ma siete matti, sapete dove state andando? Da noi non si vive più. Nessuno capiva che non c' era più vita né a Est né a Ovest». Quei due punti cardinali tuttora s' incontrano e si sc ontrano nell' immensità della steppa ucraina. Di nuovo l' esito dei contrasti fra i diversi mondi che la popolano segneranno il destino della pace europea.


Gad Lerner 23 giugno 2001 Corriere della Sera

Tra il 17 Marzo e l’ 8 Dicembre 1942 più di 200.000 Ebrei del distretto della Galizia furono deportati nel campo di sterminio di Belzec. Vennero inviati alla morte in 71 trasporti. La maggior parte degli Ebrei fu deportata in Agosto (80.000) e Settembre (55.000). Durante la liquidazione dei ghetti del distretto della Galizia migliaia di Ebrei vennero giustiziati sul posto. La maggior parte delle persone uccise nei ghetti era costituita da vecchi o ammalati, e da bambini - tutta gente che non poteva unirsi ai trasporti. La prima ondata di deportazioni dalla Galizia fu organizzata in Marzo / Aprile 1942. Gran parte delle vittime proveniva dal ghetto di Leopoli. Queste prime deportazioni vennero ufficialmente chiamate “azioni contro le persone non in grado di lavorare”. Agli Ebrei del ghetto fu detto che si trattava soltanto di un trasferimento in campi di lavoro. Ai deportati fu permesso portare 25 kg di bagaglio e 200 Zloty. In molti piccoli ghetti, per esempio a Grodek Jagiellonski, Stanislawow o Rohatyn, dopo la selezione delle persone abili per il lavoro, tutte le altre furono uccise sul posto. A Stanislawow gli Ebrei vennero uccisi insieme ai pazienti di un ospedale psichiatrico. Già a quel tempo la gente, in molti ghetti, sapeva riguardo le orribili attività nel campo di sterminio di Belzec. La successiva ondata di deportazioni nel distretto di Galizia fu organizzata nell’ estate e nel tardo 1942. In molti casi si trattò della definitiva liquidazione dei piccoli ghetti di questa regione. I treni diretti a Belzec fermavano a Leopoli. Qui soprattutto giovani uomini vennero selezionati per il lavoro, destinati al campo di Janowska. Tutti gli altri furono caricati nuovamente sui treni per Belzec. Gli storici stimano che circa il 25% delle persone trasportate erano già morte quando i treni arrivavano a Belzec. Tutte le “azioni” nei ghetti erano estremamente crudeli e sanguinose. Centinaia di persone vennero uccise nel tragitto verso i treni o i punti di raccolta. Un impressionante esempio di questo genere di “trasferimento” è l’ “azione” nel ghetto di Tarnopol, organizzata il 31 Agosto 1942: "Nel primo mattino, gruppi di Ordnungsdienst, Schupo, poliziotti e polizia ucraina circondarono il ghetto. Nello stesso tempo unità di queste truppe, insieme al personale dell’ 'Außendienststelle Tarnopol' scagliarono fuori dalle loro case gli Ebrei esausti e li condussero ai punti di raccolta. Qui le vittime dovettero sedere molte ore nel caldo estivo. Le guardie percuotevano e sparavano agli Ebrei ogni volta che notavano un singolo movimento. Le persone dovettero sedersi molto strettamente, per preparare lo spazio alle vittime successive. Specialmente i bambini soffrirono per la sete. A mezzogiorno alla gente fu ordinato di andare alla stazione ferroviaria, a piedi o su camion. Questa azione venne conclusa la sera. Molti corpi coprivano il luogo di raccolta, in maggioranza colpiti da spari delle guardie. Alla fine 100 o persino più persone furono pigiate in ogni carro bestiame. Vennero caricati i corpi degli uccisi o delle persone prive di sensi, e poi le porte furono chiuse. Le condizioni nei vagoni erano inimmaginabili: niente cibo, nessuna ventilazione, niente spazio per muoversi. Dopo un viaggio di un giorno, arrivarono al campo di sterminio di Belzec, dove tutti furono uccisi nelle camere a gas. Sopravvissero solo quelli che riuscirono a scappare con successo dal treno, o furono selezionati a Leopoli per il campo di lavoro di Janowska. Più di 1.500 Ebrei di Tarnopol persero la vita durante questa 'azione'.” Gli ultimi trasporti dal distretto della Galizia vennero inviati l’ 8 Dicembre 1942. Gli Ebrei che rimanevano in molti ghetti e campi di lavoro della regione sopravvissero solo fino all’ estate 1943. La maggior parte di loro venne fucilata durante la liquidazione finale dei ghetti e dei campi; alcuni gruppi furono deportati nel campo di sterminio di Sobibor.

Fonti: A. Kruglov: Deportacja ludnosci zydowskiej z dystryktu Galicja do obozu zaglady w Belzcu (Deportation of the Jewish Population from Galicia District to the Death Camp in Belzec in 1942). In: Bulletin of the Jewish Historical Institute in Warsaw, No. 3(151), 1989. J. Kielbon: Migracje ludnosci w dystrykcie lubelskim w latach 1939-1944 (Migrations of the People in Lublin District in 1939-1944), Lublin 1995. G. Taffet: Zaglada Zydow zolkiewskich (Annihilation of Zolkiew's Jews), Lodz 1946. T. Sandkühler: "Endlösung" in Galizien. Der Judenmord in Ostpolen und die Rettungsinitiativen von Berthold Beitz 1941-1944, Bonn 1996. © ARC 2006

(*)Le stragi di ebrei della Galizia furono fatte principalmente dai nazionalisti dell'OUN. L' OUN e l’ UIA, vale a dire le organizzazioni politiche e militari dei nazionalisti ucraini che, schieratesi al fianco delle truppe di occupazione nazista durante il conflitto, si macchiarono di crimini di efferatezza inaudita, di cui furono vittime le popolazioni civili di città e villaggi dell’Ucraina e, in particolare, i cittadini di religione ebraica che, quando non vennero massacrati senza pietà a decine di migliaia, furono costretti alla deportazione nei campi di sterminio nazisti, da cui, in gran parte, non fecero ritorno.

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In Ucraina il presidente Juschenko riabilita i criminali che hanno collaborato con il nazismo Una dichiarazione del Rabbino Capo di Russia si fa interprete dello sdegno di tutte le coscienze democratiche del mondoNel mese di ottobre, il presidente della repubblica di Ucraina, Viktor Juschenko, che due anni fa, ai tempi della “rivoluzione arancione”, fu apertamente sostenuto da Stati Uniti ed Europa nel suo tentativo di assumere il potere con la forza, e venne, a tal fine, descritto dalla stampa occidentale come “paladino” dei valori di “libertà e democrazia”, ha deciso – questa volta nell’indifferenza più completa di quegli stessi paesi e di quella stessa stampa – di assumere una decisione che suona come offesa alla coscienza democratica e antifascista di tutti i popoli del mondo.Per decreto, con l’attribuzione del titolo di “veterani della Seconda guerra mondiale”, egli ha sancito la riabilitazione ufficiale della OUN e dell’UIA, vale a dire le organizzazioni politiche e militari dei nazionalisti ucraini che, schieratesi al fianco delle truppe di occupazione nazista durante il conflitto, si macchiarono di crimini di efferatezza inaudita, di cui furono vittime le popolazioni civili di città e villaggi dell’Ucraina e, in particolare, i cittadini di religione ebraica che, quando non vennero massacrati senza pietà a decine di migliaia, furono costretti alla deportazione nei campi di sterminio nazisti, da cui, in gran parte, non fecero ritorno.La decisione di Juschenko, che veniva provocatoriamente presa in corrispondenza con l’abbandono del governo da parte dei ministri del suo partito, “Nostra Ucraina” (abbandono dovuto in particolare al conflitto manifestatosi in seguito alla decisione del nuovo esecutivo, presieduto dal suo avversario storico Viktor Janukovic, di rallentare i tempi dell’adesione alla NATO, “cavallo di battaglia” dei “rivoluzionari arancione”), ha immediatamente suscitato un’ondata di sdegno non solo in Ucraina, dove migliaia di antifascisti e di veterani della “Grande guerra patriottica” si sono riversati nelle strade di Kiev e di altre città, ma anche in Russia, dove la reazione è stata altrettanto vigorosa.Di particolare rilievo è apparsa la presa di posizione del Rabbino Capo di Russia, Adolf Shayevich, che ha rilasciato una vibrante dichiarazione, a nome del “Congresso delle Organizzazioni e delle Associazioni Ebraiche di Russia”, ripresa dall’agenzia “Regnum”, che proponiamo nei suoi passaggi più significativi.L’augurio che esprimiamo è che l’appello alle coscienze antifasciste di Shayevich venga raccolto anche in Italia, mettendo finalmente la parola fine a un silenzio che ha tutte le caratteristiche della complicità e che si accompagna ai vergognosi tentativi di riabilitazione del fascismo, che da noi sembrano trovare sponde anche “insospettabili” persino ai vertici dello Stato (la campagna sulle foibe, la copertura mediatica e persino istituzionale alla martellante campagna “revisionista” promossa da Pansa, per citare solo alcuni esempi).Vogliamo anche sperare che, in vista del vertice della NATO di fine novembre, che si svolgerà in Lettonia (paese dell’Unione Europea dove viene praticato l’apartheid nei confronti di oltre un terzo di cittadini di origine russa e dove in memoria delle SS locali vengono costruiti monumenti e memoriali), e che avrà tra gli argomenti in discussione anche quello dei futuri rapporti con l’Ucraina, qualche rappresentante della “sinistra alternativa” nelle istituzioni parlamentari vorrà ricordare ai rappresentanti del governo di centro-sinistra (a cominciare da Prodi) che, in quella occasione, invece di associarsi all’ “assedio” occidentale della Bielorussia antimperialista, dovranno farsi interpreti dei valori antifascisti alla base del nostro assetto istituzionale e, per questa ragione, denunciare con vigore tutti i rigurgiti fascisti che caratterizzano i comportamenti di molti paesi dell’Europa orientale entrati, o in procinto di entrare nell’alleanza militare atlantica.La provocazione fascista di Juschenko non deve passare inosservata!La redazione di “Resistenze.org”“Juschenko riabilita i complici del nazismo”Dichiarazione di Adolf Shayevich“L’attribuzione ai membri dell’OUN e ai “combattenti” dell’UIA dello status di veterani della Seconda Guerra Mondiale significa la riabilitazione de facto del collaborazionismo e delle crudeli complicità con i nazisti nelle loro atrocità contro centinaia di migliaia di persone innocenti di differenti nazionalità.Russi, Ucraini, Georgiani, Armeni, rappresentanti di tutte le nazionalità sovietiche hanno sacrificato la propria vita allo scopo di distruggere la feccia nazista e di salvare il mondo dalla “peste bruna”. Molti hanno combattuto nei campi di battaglia della Grande Guerra Patriottica e altri hanno sofferto privazioni nelle retrovie per aiutare coloro che si trovavano sulla linea del fronte. Non è possibile nemmeno immaginare di poter paragonare le azioni eroiche dei soldati che hanno salvato intere nazioni dall’annientamento e dalla schiavitù alle azioni degli accoliti che hanno preso parte a massacri ed esecuzioni.I membri dell’OUN-UIA hanno disonorato il loro nome collaborando con i fascisti: le loro atrocità hanno provocato la morte di centinaia di migliaia di persone…Decine di migliaia di Ebrei sono tornati dal fronte e hanno visto le loro città e villaggi distrutti e le loro famiglie sterminate. Per loro, per i loro figli e nipoti, per tutti coloro che ricordano i crimini commessi dai fascisti e da quelli che li hanno aiutati a massacrare decine di migliaia di Ebrei a Babiy Yar, e nelle regioni di Rovno, Volyn e Lvov nell’Ucraina occidentale, questo decreto non rappresenta altro che un insulto, una cinica provocazione verso la memoria degli assassinati negli anni del disastro.A suo tempo, il membro del consiglio municipale di Rovno Shkuratuk è arrivato al punto di affermare: “Sono orgoglioso del fatto che, dei 1.500 partecipanti alle esecuzioni a Babiy Yar, 1.200 erano poliziotti dell’OUN e solo 300 tedeschi”. Non è forse rivoltante per gli Ucraini e la loro dignità nazionale assistere ad un tale scatto di “orgoglio”? Il Tribunale internazionale di Norimberga ha condannato non solo i nazisti, ma anche i loro complici. Il disprezzo per le orribili lezioni del passato è la strada verso il baratro.”

^ Gli altri popoli della Mittleuropa orientale non furono da meno:

http://www.sagarana.net/rivista/numero16/gegner3.html

1 commento:

Angela ha detto...

Mi piacerebbe conoscere l' opinione dei lettori e dei partecipanti al blog, in merito al materiale pubblicato e citato.