08/06/08

Il monastero di Pochayiv




Il monastero di Pochayiv, il secondo del paese per grandezza. Si tratta di un luogo spirituale per tutti gli ucraini devoti e, durante le festività religiose, è gremito di pellegrini. La chiesa principale del monastero, la Cattedrale di Uspensky (1711-83), è una maestosa costruzione barocca. Il suo interno, che può accogliere più di 6000 persone, è un esempio mozzafiato dell'iconografia ortodossa: quasi tutte le superfici sono totalmente ricoperte di dipinti raffiguranti santi e patriarchi, realizzati con grande maestria. Si dice che l'icona della Madre di Dio, del 1597, possieda poteri protettivi.
Costruita più di 100 anni prima, la vicina Cattedrale della Santissima Trinità, dalla cupola in oro, è più piccola e più buia, con colonne massicce e volte pesanti situate sotto una cupola che crea una tranquilla atmosfera di profonda spiritualità. A ovest della Cattedrale della Santissima Trinità c'è il campanile, che risale alla metà del XIX secolo, una struttura barocca alta 65 m dal quale è possibile godere di un'ottima vista, e una campana del peso di 11/180 kg. Pochayiv si trova 300 km a ovest di Kiev. Vicino al monastero c'è una piccola stazione, dove arrivano gli autobus provenienti da Kremenets (40 minuti)
Ternopil (2 ore
) e Lviv (6 ore).




Le Fiamme di Zaporoze - Cap.I

Ricordati figliolo che se a Narva dovessi incontrare la morte il mio cuore sanguinerebbe dal dolore, ma se venissi a conoscenza di qualche tua viltà nulla a questo mondo potrebbe mai alleviare il peso della mia delusione. Coraggio Bohdan, m’accorgo di farti paura, ma pensa a quanti ragazzi partiranno insieme a te stanotte.
Su siediti accanto a me e discorriamo -.
Così parlava in una sera d’autunno dell’anno 1700 Nicola Donekiev che era stato uno dei migliori polkovnek ai tempi dell’hetman Doroscenko, rivolgendosi al figlio Bohdan, teso all’idea dell’imminente partenza: - Padre, - disse egli sedendosi - Perché devo battermi per lo zar Pietro?
Sta conducendo il nostro popolo alla rovina. Ci priva del cibo, della terra, del diritto di vivere liberi. Quegli è un demonio, padre, ne sono certo. Tutto ciò che abbiamo conquistato con l’hetman Chmelnitsky i russi ce lo stanno togliendo -.
Bohdan indossava una camicia bianca ornata con ricami rossi e dorati sul collo e sui polsi. Tra le mani stringeva una kuchma con schlik rosso che poco dopo poggiò sul tavolo dinanzi a sé: - Sai bene figliolo.. - riprese Nicola: - Noi non possiamo combattere contro i russi, ma presta fede alle parole del nostro hetman Mazepa. Verrà il giorno in cui scacceremo lo zar Pietro. Lo spirito di Chmelnitsky è ancora vivo e ricorda: i russi potranno privarci di ogni cosa, ma nulla potrà mai cancellare dalle nostre menti e dai nostri cuori la sua immagine, il suo esempio -.
Bohdan prese un boccale di liquore e lentamente lo portò alle labbra. I suoi occhi azzurri, piccoli e profondi, fissavano con rabbia mal repressa il volto anziano del padre: - Perché devo combattere con valore per il mio tiranno? – continuò il giovane asciugandosi la bocca con un fazzoletto: - Non è forse più importante che io salvi me stesso piuttosto che aiutare lo zar a sottomettere altre città?
E poi, questi estoni, questi svedesi, chi li conosce? Perché dovrei ucciderli? Non ci hanno fatto alcun male. Sono così lontani da noi - : - Ovunque combatte il nostro hetman tu lo devi seguire. E se anche gli altri compagni la pensassero come te?
I cosacchi di Zaporoze diverrebbero lo zimbello dell’impero russo. Verremmo considerati dei codardi. I russi già fanno di tutto per privarci della nostra dignità, cerchiamo di conservare almeno il nostro onore.
Devono vedere i russi quanto valiamo, devono vedere quanto sia forte lo spirito di un popolo oppresso. Tu non lotterai per la causa dello zar, figliolo, bensì per l’onore degli zaporozi.
So bene quanto grande sia la tua rabbia, ma di certo non è più grande di quella di noi tutti e dell’ hetman, ma per il momento dobbiamo piegarci alla volontà dello zar - : - Va bene, padre. Ho capito. - disse il giovane con rassegnazione: - Seguirò il mio hetman dappertutto, ciò per l’onore dei cosacchi del Dnepr e che il Signore abbia pietà di me -.
Bohdan si alzò e sospirando riprese la kuchma avviandosi verso la borsa che aveva preparato quella stessa mattina.
In quel momento sulla porta della stanza apparve la madre.
Il suo volto, dai lineamenti ancora femminili ed aggraziati nonostante l’età era debolmente illuminato dal caldo bagliore del fuoco che crepitava nel camino.
La donna si avvicino’ al figlio: - Bohdan… - proruppe. Un leggero tremito del labbro inferiore tradì la sua ansia e il suo timore: - Bohdan… - ripeté con voce rotta dalla commozione, cercando di trattenere le lacrime.
Era ben cosciente del pericolo al quale il figlio andava incontro.
Ricordò quando soleva attendere Nicola ogni volta che questi si recava a combattere al fianco di Doroscenko. Ricordò quando un giorno costui fece ritorno disteso sopra un carro. Il volto coperto da bende insanguinate: - Una scheggia di mitraglia lo ha colpito all’occhio durante una battaglia – le annunciò l’hetman mestamente.
Da allora, ogni volta che ella fissava in volto il suo uomo non poteva celare il timore per Bohdan e ogni volta che fissava la benda nera che copriva il suo occhio destro un profondo turbamento la prendeva; spesso non riusciva a trattenere le lacrime al pensiero che anche suo figlio avrebbe rischiato un giorno di finire allo stesso modo : - Tieni figliolo, questo è per te. Dove andrai ti potrebbe servire – disse porgendogli una tovaglia ricamata che avvolgeva del pane e delle medicine.
Il giovane le mostrò un caldo sorriso; tese le mani e prese in consegna il fagotto riponendolo nella borsa.
Nicola in quel momento si alzò e gli si avvicinò: - Bohdan… - riprese. Gli poggiò una mano sulla spalla e scuotendolo lo strinse a sé: - Non avere paura. Ti ho dato lo stesso nome del grande hetman Chmelnitsky affinché tu possa esserne fiero e degno. Ti ho dato il migliore addestramento che un cosacco possa avere - : - Che Iddio ti protegga - aggiunse la madre segnandosi: - Su, figliolo, adesso muoviti. E’ il momento di partire - concluse il padre mettendosi un berretto di pelliccia e aprendo la porta.
Bohdan indossò un kaptan rosso e una burka. Sistemò la borsa sulla spalla. Uscì seguito dai genitori.
Uno stupendo cavallo nero era legato ad un paletto dinanzi all’abitazione: - Questo è Gracik – proruppe Nicola: - È un buon cavallo. È giovane e forte. È stato addestrato per le battaglie. Abbine cura ché ogni buon cosacco ha sempre premura del suo migliore amico. In battaglia, ricorda, sarà lui che in caso di necessità saprà salvarti la vita. Ciò dipenderà dal rapporto che riuscirai a creare -.
Il giovane ascoltò attentamente le sue parole. Si mosse lentamente verso Gracik.
Ad ogni passo sentiva una sottile coltre di ghiaccio frantumarsi sotto i suoi stivali. Tutto intorno la scena era la stessa. Da altre abitazioni altri ragazzi si preparavano a partire. Nell’imminenza della notte parevano ombre immerse in uno strano silenzio, rotto soltanto dal lontano suono di una bandura che annunciava la partenza dei primi distaccamenti di zaporozi.
Il giovane Donekiev accarezzò il muso del cavallo e diede una rapida occhiata alla sella. Poi, con un agile balzo montò in groppa e affettuosamente gli diede dei colpetti sul collo: - Abbi cura di te - disse Nicola: - Ricorda ciò che ti ho insegnato in questi anni - : - Non dubitare padre; saprò essere ben degno del nome che porto - lo rassicurò Bohdan: - Ricordati figliolo che pregheremo sempre per te -.
Sua madre a quel punto cominciò a piangere.
Il giovane si chinò su di un fianco sino a cingere il collo della donna con un braccio; teneramente la baciò sulla fronte dopo di che disse: - È ora che io parta. Non preoccupatevi per me e che Dio vi benedica tutti -.
Strinse le redini tra le mani; le tirò scuotendole e subito la groppa del cavallo prese a ondeggiare.
Suo padre, agitando il braccio sopra la testa, gli diede un ultimo cenno di saluto, mentre la madre, con le spalle scosse dai singhiozzi del pianto di poco prima, gli balbettò alcune parole confuse.
Donekiev in breve raggiunse la piazza di Baturin unendosi ad altri cosacchi che come lui attendevano di essere inquadrati per la partenza.
Il suono della bandura s’era fatto ora più distinto. Ogni tanto si sentivano dei soldati intonare canzoni che subito si perdevano in frasi prive di armonia e risate sguaiate : - Allora ragazzi - si sentì all’improvviso.
Un ufficiale russo, avvolto in un lungo pastrano verde e con un tricorno sul capo, si piazzò dinanzi alla compagnia.
Dietro di lui, numerosi falò rischiaravano debolmente le pareti delle abitazioni; sullo sfondo la chiesa era invece avvolta nell’oscurità. Solo le cupole dorate riuscivano a catturare un pò di luce assumendo un aspetto maestoso, misto a una sorta di reverenziale mistero.
Accanto ai falò, alcuni soldati russi giocavano a dadi e bevevano, talvolta inveendo contro i cosacchi di Zaporoze: - Cercate d’essere degni della fiducia che lo zar ripone in voi - continuò l’ufficiale: - Vi recherete a Narva per scacciare svedesi ed estoni perché il Baltico deve essere parte dell’impero russo. È per il nostro futuro, è per il vostro futuro - : - Parole ipocrite di gente ipocrita - protestò a mezza voce un cosacco che stava accanto a Bohdan: - Aspettate che al momento giusto ve la faremo pagare -.
Il russo poco dopo se né andò; contemporaneamente i cosacchi ricevettero l’ordine di mettersi in marcia.
Si levò subito un gran rumore di zoccoli e di ruote dei carriaggi.
Bohdan voltò qualche attimo lo sguardo dietro a sé.
Baturin a poco a poco scomparve tra gli alberi. Solo il bagliore dei fuochi nella piazza squarciava l’oscurità di quella notte priva di stelle.
All’improvviso, il cosacco che aveva insultato i russi qualche minuto prima s’accostò a Donekiev: - Ne vuoi un po’ ? - gli chiese porgendogli una bottiglia di liquore: - È del rum importato dall’Inghilterra -.
Bohdan la prese e subito la portò alle labbra.
Chinò lentamente la testa all’indietro finché i capelli non toccarono il collo della burka, mentre la mano che reggeva la bottiglia s’agitava leggermente sotto quello sforzo: - Mi chiamo Taras Bozyk - continuò il cosacco fissando Donekiev con un sorriso.
Bohdan di scatto ritornò in posizione normale; restituì a Bozyk la bottiglia di rum: - Il mio nome è Bohdan Donekiev - disse asciugandosi la bocca con la manica del kaptan.
I due si strinsero la mano mentre la colonna proseguiva silenziosa sotto una leggera nevicata: - Per fortuna non è ancora giunta la neve vera - esclamò Donekiev cercando di creare un dialogo. Guardava in alto le miriadi di piccoli fiocchi che in una fine polvere argentea turbinavano nella notte debolmente rischiarata dalla luce di alcune fiaccole: - Se questa fosse stata la neve vera dubito che saremmo riusciti a partire per Narva in tempo -.
Bohdan osservò Bozyk per qualche attimo. Quel giovane avvolto in un kaptan blu e dal capo scoperto che lasciava risaltare un ciub, tenuto sul lato sinistro da una fascia nera lo incuriosiva non poco.
Taras se ne avvide: - Vengo dalla Zaporoskaja Sic - disse: - Mi ritrovo tra voi poiché ho accompagnato mio padre ad un incontro con l’ hetman a Baturin. Mio padre è un sotnek della Sic -.
All’improvviso un altro cosacco, con dei grossi baffi neri che gli scendevano sino agli angoli della bocca, si fece avanti: - Sentite… - proruppe cercando di attirare la loro attenzione: - Perché non cantiamo per rallegrare un po’ questo noioso viaggio? -.
Donekiev e Bozyk con il volto arrossato dal liquore annuirono.
Il cosacco tirò fuori una bandura da una grossa borsa legata alla sella e subito cominciò a pizzicarne le corde: - Il mio nome è Andrea Scevcenko, ragazzi; sarò lieto di essere vostro compagno -.
In breve i tre cominciarono a intonare una canzone. Solo Andrea mostrava di saper cantare, ma ciò aveva poca importanza per Donekiev e Bozyk. Aveva importanza divertirsi, distrarsi per scacciare la malinconia del viaggio: - Compagni, finalmente qualcuno di noi ha avuto una buona idea - si sentì dalla coda della colonna: - Su, vediamo di rendere il viaggio in qualche modo piacevole. Non vorremo che i russi ci rattristino anche in questi momenti? -.
Alcuni cosacchi presero allora delle trombe mentre altri si misero a suonare bandure e tamburi.
Dalla colonna si levò un allegro canto che ruppe il monotono rumore degli zoccoli nella neve e delle ruote dei carriaggi e di colpo sembrò riportare la foresta a suoni vitali, più usuali in una differente stagione.
Mario Dimitrio Donadio

Сергій Фоменко


"Serhiy Fomenko" conosciuto anche come "Foma" è il cantante di Mandry, popolare folk-rock band in Ucraina.
Serhiy Fomenko è conosciuto per la sua politica e sociale attività a favore della rivoluzione arancione ucraina e le forze democratiche.

Serhiy Fomenko is known for his social and political activities supporting Orange revolution and Ukrainian democratic forces.

Сергій Фоменко

(народився 19.03.1972)


Біографія

Сергій Фоменко народився під сузір'ям "Риб" у рік "Щура" в березні 1972 року. В підлітковому віці Фома вчиться грати на баяні та гітарі, співає, пише пісні та оповідання. Мандрує автостопом по великих містах України, Прибалтики та Росії. Після кількорічних мандрів повертаеться у Київ. Працював двірником у Києво- Печерській лаврі, Софієвському соборі, гардеробником Археологічного музею, працівником сцени у театрі, ведучим радіопрограм. Іноді малює олією наївні сюжети. Серед захоплень — творчість Гоголя, Булгакова, Георга Тракля, Шагала, Піросманішвілі, Марії Примаченко, Параджанова, Бергмана, Віма Вендерса. Улюблені історичні постаті- Будда, Григорій Сковорода, Олександр Вертінський. Улюблені герої з книжок- Геккельбері Фінн та Дон Кіхот. Живе і працює у Києві.

(За матеріалами сайту www.mandrymusic.com)

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Ne Spy Moya Ridna Zemia dei Mandry

Testimonianza di una donna ucraina in Italia: non siamo un popolo di badanti

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Il mese scorso vi ho parlato di un convegno sulle Donne dell'Est che mi aveva particolarmente colpito. Ecco la testimonianza (si tratta del suo intervento al convegno) di una di queste donne, la dottoressa Baranova, ucraina, Presidente dell'Associazione Nadiya di Brescia.

Paola Musarra

Fuori dall'ombra

di
Yevheniya Baranova

carta dell'Ucraina

Sono nata 42 anni fa in una piccola città vicino a Ternopil nell'Ucraina dell'Ovest, quella, per intendersi, che confina con la Polonia, la Romania, l'Ungheria e la Slovacchia.

Ucraina, che in Europa un tempo si definiva il "granaio dell'Europa" e che ora compera grano all'estero; ma che esporta... moltissimo, non in prodotti ma in persone, quasi tutte donne, molte in età fertile - e se ne va assieme a loro il nostro futuro.

Ho studiato a Kemerovo (Siberia ovest) e mi sono laureata in medicina.

l'Università di Kemerovo

Undici anni ho lavorato come ginecologa-ostetrica nell'ospedale della mia città, ora faccio da tre anni la governante a Brescia, una bellissima città.

Peccato che non nevichi mai.

Facevo il più bel mestiere del mondo, quello di far nascere bambini, il futuro appunto della nostra nazione che, per la prima volta nella sua lunga e travagliatissima storia, aveva finalmente conquistato l'indipendenza e la dignità di una nazione, all'indomani delle inaudite sofferenze dell'occupazione prima tedesca poi - terribile - russa che aveva fatto letteralmente morire di fame milioni di nostri connazionali, colpevoli di anelare alla libertà.

Ho due figlie. E' arrivato poi il momento tremendo delle decisioni e della partenza: con 35 dollari al mese che arrivavano un po' sì e un po' no, non si vive in tre e c'erano anche i genitori da aiutare.

L'unica soluzione, presa da milioni di donne ucraine, quella di lasciare tutto e andare via, non per "cercare fortuna" ma per cercare di sopravvivere, salvando la famiglia, far studiare i figli, aiutare i genitori.

Drammatica, terribile decisione, rischiosissima. Una grande incertezza in tutto, nella mia vita quotidiana, incertezza del mio futuro e nel futuro delle mie figlie, che non fossero costrette a fare altrettanto.
Niente lacrime, tacere - e bisognava andare avanti.

Dopo il crollo

Gli ultimi dodici anni per noi Ucraini non sono stati anni di felicità per la raggiunta indipendenza. Dopo il crollo del grande impero sovietico, in Ucraina è cambiato ben poco in meglio. Rimangono da risolvere gravissimi problemi sociali, economici e politici. Per un pieno sfruttamento delle ricchissime risorse naturali e umane mancano tecnologie moderne e si sottovaluta l'apporto che pur potrebbe essere fornito dalla scienza e dalla tecnica.
In questa situazione nella quale i nostri politici, esponenti di governo, educati secondo l'ipocrisia comunista sovietica, sembra che siano adatti solo a sviluppare la corruzione... qualcuno dice: "Peggio di prima",

Tre successivi cambiamenti di moneta, una svalutatissima hrivna, salari e pensioni da fame. Il sistema sanità e istruzione, che era il nostro orgoglio, in crisi tremenda. Non c'è sviluppo, né affidabilità del sistema bancario. Non si sono elaborate norme di legge per una efficace protezione della proprietà privata né tanto meno per lo sviluppo dell'economia, dell'industria, dell'agricoltura.
Qui si sente tanto parlare di una nuova civiltà della conoscenza, della globalizzazione... Che differenza.

Per tutti questi motivi e per non annegare nella povertà economica e spirituale, per aiutare le proprie famiglie, circa sette - otto milioni di Ucraini (sui 47 totali che conta l'intero paese) sono costretti ad emigrare. Qui in Italia sono presenti circa cinquececentomila cittadini ucraini (così ha dichiarato l'ambasciatore ucraino al l° Congresso degli Ucraini in Italia nel maggio del 2003 a Roma).
Dare numeri più precisi non è possibile, perché il processo migratorio è un fenomeno molto dinamico e mancano documentazioni aggiornate.
Fino al 2003 il permesso di soggiorno era una rarità per gli Ucraini, si parlava di circa ventimila persone. La maggioranza degli immigrati ucraini sono arrivati in Italia gli ultimi tre - quattro anni.

Le "badanti"

La legge Bossi-Fini ha fatto emergere moltissimi clandestini, prevalentemente donne, che si dedicavano silenziosamente ad un servizio che nessuna italiana voleva più fare, quello della "badante" o quello della "colf": "Sei Ucraina, dunque ... sei una badante".

Si sono sprecati elogi per questa nostra misteriosa e bellissima apparente vocazione, assai apprezzata dalle donne italiane, di dare la nostra vita, quando i loro genitori e nonni stanno morendo.
Per un paio di mesi, chiuse in casa, senza poter parlare, con i nostri stentati sorrisi.
Poi si cambia famiglia, resta anche il rimpianto di quella povera persona morta cui volevamo bene e che, sul finire della vita, ha trovato qualcuno che gli voleva bene, con un sorriso e una gentilezza, anche se non sapeva parlare l'italiano.

Quale il nostro futuro?

Torniamo a casa e tutto è cambiato. I nostri ti guardano in maniera diversa, anche i tuoi figli... Si ritorna in Italia con la testa vuota e il passo pesante a sperare di uscire dal tunnel.

Ecco la speranza che la nostra lingua chiama Nadiya, una parola che ha un suono dolce e prolungato: nadiyyya, speranza.

Nel dicembre 2002 abbiamo fondato a Brescia una associazione con questo nome, ci troviamo nei ritagli di tempo, scriviamo, stampiamo, diffondiamo il nostro giornaletto, che si chiama "Messaggero della speranza", un piccolo segno per continuare a sperare, ad aiutarci, ad informarci, a far capire agli Italiani che non siamo solo... badanti. Non siamo il popolo delle badanti: l'Ucraina è un paese europeo con una grande cultura europea e una tragica storia.

Alcuni dati

Oggi in Italia ci sono circa 120.000 Ucraini regolarizzati, il 90% sono donne. Di queste, il 73% sono donne di un'età compresa tra 36 e 55 anni e con figli dagli 8 ai 22 anni (questi dati sono forniti dalla facoltà di sociologia della Pontificia Università Gregoriana).

Moltissime nostre donne, la stragrande maggioranza, sono diplomate o laureate: medici, ingegneri, avvocate, insegnanti, economiste. Ma fanno le badanti. Né d'altra parte le nostre lauree sono riconosciute. Teoricamente si potrebbe seguire la difficilissima strada di reiscriversi al penultimo anno della facoltà dopo un esame, ma con pochissimi posti a disposizione, e riprendere a studiare con i ragazzi italiani... con l'animo sgombro da preoccupazioni e tanto tempo libero...
Davvero le condizioni ideali per prendere un'altra laurea. E uscire fuori dall'ombra.

... uscire dall'ombra...
... uscire dall'ombra...

Molte vogliono tornare in Patria per uscire dall'ombra e tornare... nella luce. Altre scelgono la strada dell'integrazione, del ricongiungimento familiare, tentano una nuova vita, altre muoiono per strada, lontane dalla luce. Ci aiuta la fede, quella briciola di fede che ci è stata trasmessa, di nascosto, quando eravamo piccoli, forse dalla nonna o da un prete che era venuto di notte a battezzarci, con le finestre e le porte oscurate.

L'Ucraina dell'ovest è in maggioranza di religione cattolica con rito bizantino, che si riferisce al Papa di Roma. L'altra parte del territorio ucraino si riferisce prevalentemente alla Chiesa ortodossa dei tre Patriarcati: la Chiesa del Patriarcato russo, la Chiesa del Patriarcato ucraino e la Chiesa autocefala. Anche queste belle divisioni abbiamo...
Nel dicembre 2003 è stata creata l'Associazione cristiana Ucraini in Italia, con sede a Roma.

Agli Italiani però dobbiamo dire grazie, quanti amici abbiamo trovato, quanti incoraggiamenti, quante attività di sostegno e di aiuto, quante bellezze da scoprire, quanti sorrisi e strette di mano, quanta ospitalità.

Brescia

Sono più le luci che le ombre in italia e guardiamo in alto, non vediamo le nostre cicogne volare, ma i nostri pensieri, le nostre speranze ed il sorriso di quanti ci hanno voluto bene.

Vorrei concludere leggendovi una poesia che interpreta i miei sentimenti e che è stata pubblicata in un libretto dal titolo "Piccole ballate". E' opera di donne ucraine in italia. Le poesie sono state raccolte e tradotte dalla mia grande amica Olga Vdovychenko, con il valido aiuto di un'altra nostra amica, la giornalista bresciana Delfina Lusiardi.
La professoressa Macioti ha detto nel suo intervento al convegno che "la donna è una creatura fragile". Purtroppo noi, donne ucraine, non possiamo permetterci di essere fragili. Perché la nostra vita è così.

Bisogna saper attraversare la vita,
perché infatti ogni traguardo partorisce una partenza,
e non si deve divinare il futuro,
e non vale la pena rimpiangere il passato.
Bisogna vivere, in qualche modo bisogna pur vivere,
e temprarsi acquistando la tenacia e l'esperienza.
E non si deve divinare il futuro, e non vale la pena rimpiangere il passato.
E' così. E le cose potrebbero andare anche peggio.
Potrebbe essere molto, molto peggio...
Perciò, finché la mente non è amareggiata dal dolore,
non esser schiavo, ridi come un bambino.
Quello che sarà - lo vedremo,
tutto ciò che non è mai stato perdonato.

L'unica cosa che dipende da noi ancora -
Il resto della vita vivere dignitosamente.

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pmusarra

Articolo ripreso da internet